Campion Dino

CONTRIBUTO A CURA DI: Raito Leonardo

Dino Campion. Classe 1921, nato a San Bellino da una famiglia povera, fece la resistenza con coraggio e onore comandando il distaccamento partigiano che aveva fondato insieme al cugino e ad altri uomini e che operò tra medio e alto Polesine. Il rifiuto del regime fascista fu una costante che lo accompagnò per tutta la vita: all’età di sette anni, con gli occhi inermi di fanciullo, vide bastonare il padre e il nonno; successivamente cominciò a ripudiare l’obbligo di indossare la divisa fascista.
Nel 1935 in seguito al discorso di Mussolini sull’entrata in guerra dell’Italia contro l’Abissinia, Dino, munito di un barattolo di catrame, andò nella notte a cancellare le facce del duce dipinte sui muri di Presciane. Una volta rientrato a casa però, non ebbe l’accortezza di nascondere il barattolo del quale si era servito per compiere la sua azione e quella dimenticanza, compiuto con l’ingenuità sincera di un ragazzo quattordicenne, gli costò molti calci nel sedere. Nel 1941, a seguito dell’invasione della Jugoslavia da parte delle truppe dell’Asse fu inviato militare proprio in Jugoslavia. Qui, dopo alcuni mesi, riuscì a prendere contatti con i partigiani del luogo e a collaborare nella maniera in cui poteva. Grazie alla complicità di ufficiali antifascisti riuscì a scappare prima dell’8 settembre in quanto era stato trovato in possesso di lettere compromettenti e rischiava grosso. Fino alla data dell’armistizio soggiornò a casa del suo colonnello, il quale trasferitosi in Italia gli aveva dato copertura.
Rientrato in Polesine, fondò il primo gruppo autonomo un cugino, fucilato poi nella strage di Villamarzana, e altre due persone che risiedevano nell’area tra Presciane, San Bellino e Castelguglielmo. La linea generale di pensiero era quella che il fascismo ormai fosse sconfitto e il pericolo incombente era quello dell’occupazione americana; occorreva quindi prepararsi a occupare il paese: fu con questa organizzazione e con questo obiettivo che iniziò a lavorare. Prese contatti dapprima con la ‘Garibaldina’ di Lendinara poi successivamente anche con la zona di Stienta. Questa ultima operazione fu alquanto difficile: ogni giorno si recava a pesca lungo il Canalbianco dove erano presenti anche altri uomini, che pur non pescando nulla erano costanti. Dopo qualche tempo riuscirono a comprendersi, e da questo momento prese forma l’attività mirata alla costituzione dei Comitati di liberazione. Fu costituito un comitato di zona tra Canda, Bagnolo Po, Castelguglielmo e San Bellino; il lavoro fu incentrato sulla propaganda che veniva fatta sia nelle case sia nelle osterie mediante l’affissione di volantini con l’invito alla popolazione di aderire al movimento partigiano. Le prime armi vennero procurate tramite una colletta, inoltre i contadini, per agevolare gli uomini nei loro spostamenti non tagliarono le canne di granoturco e nemmeno le siepi. Le azioni armate proseguirono a oltranza, tra le tante occorre ricordare l’assalto e la sottrazione di un camion di vestiario ai tedeschi che si erano stabiliti a San Bellino nel palazzo Occari: missione coraggiosa e pesante che richiese un impiego di circa quaranta uomini. Una vita dunque, quella di Campion, condotta sempre alla macchia e con il timore di essere rastrellati. L’eccidio di Villamarzana compiutosi il 15 ottobre 1944 fu un episodio che scosse profondamente gli animi in quanto vide la perdita di 43 uomini, alcuni dei quali solo ragazzi totalmente estranei alla lotta partigiana. La reazione fascista si concretizzò in una serie di azioni repressive che setacciarono la zona per una decina di giorni. L’area presa in considerazione si estendeva nel tratto tra Castelguglielmo, Cà Moro, fino alle località di Alberazze, Chiaviche, Pellizzare e Precona.
Il tentativo di fuggire dalla morte fu impresa ardua: Campion e i suoi uomini decisero di raggiungere la zona di Stienta con non poche difficoltà, marciando tra file di tedeschi e fascisti. L’elemento che permise di non essere identificati fu il fatto di indossare la divisa fascista e di essere armati con fucili mitragliatori. A Stienta venne fatta una riunione tra dirigenti, nel corso della quale si decise di sciogliere le formazioni e andare in montagna e a questo provvedimento aderì anche la formazione di Campion. Nel frattempo giunsero notizie confuse in merito alla strage, e fu in un secondo momento che Dino apprese la notizia della fucilazione del cugino e i nomi delle altre vittime. Campion non riuscì mai a raggiungere la montagna: la sera prima della partenza lui e i suoi compagni decisero di fare rientro nelle loro case per salutare i familiari: il mattino dopo i fascisti circondarono la casa del capo partigiano. Questo ultimo si era sapientemente costruito un rifugio che passava attraverso le fondamenta della casa e giungeva all’orto sotto il quale si era edificato una stanzetta. In seguito ci furono altri controlli da parte delle camicie nere, ma non riuscirono mai a scovarlo. La permanenza di Campion nel suo rifugio segreto si protrasse per sei mesi e sei giorni durante i quali, anche con l'aiuto del parroco del luogo, tra i pochissimi a conoscere il suo nascondiglio, continuò a organizzare le attività resistenziali.
Nel dopoguerra visse facendo lavori umili e faticosi fino a quando nel Pci non si resero conto delle sue capacità organizzative e politiche. Da lì seguirono incarichi sindacali e nel partito, che lo scelse spesso per risollevare sorti di organismi in difficoltà o da rivitalizzare. Fu a lungo membro del comitato federale comunista, segretario dei sindacati edili e affini, guida di camere del lavoro nel basso Polesine. La vita di Campion, che aveva sposato Elsa Brandolese, da cui nel 1951 ebbe il figlio Elder, poi anche lui dirigente comunista e consigliere regionale, entrò presto nei radar attenti e preoccupati del Ministero dell’Interno. Scelba e i suoi funzionari solerti controllavano in modo continuo i dirigenti comunisti, e alle maglie della pubblica sicurezza non scappavano di certo i movimenti di Campion, che veniva seguito passo dopo passo. Lo ritroviamo a una conferenza di organizzazione comunista a Roma, poi a Novara, a dirigere scioperi di braccianti e a fare proselitismi in una provincia popolata da molti lavoratori polesani emigrati dopo l'alluvione. Uno zelante attivismo più volte riportato dai funzionari delle questure italiane.
Ma fu nel delta segnato da profonde piaghe economiche e sociali, che Campion dispiegò energie e impegno incredibili. Era il delta della disoccupazione, dell’analfabetismo, di malattie come la malaria. I casoni di canne, il cibo insufficiente, le strade polverose, le frazioni inaccessibili, le continue mareggiate e le alluvioni che distruggevano terreni e raccolti acuendo ancora di più la miseria. In quel delta martoriato, insieme ad altri dirigenti sindacali, Campion seppe diventare leader e punto di riferimento per le masse, organizzando la venuta di Togliatti e di Di Vittorio, che a più riprese non mancarono di visitare e portare sostegno alle popolazioni. Dino Campion divenne sindaco di Porto Tolle nel 1956 dopo un mito come Severino Cavazzini, già segretario provinciale del partito e parlamentare per tre legislature e nel suo ruolo difficile operò per portare lavoro, per far costruire case e strade e far sentire il delta padano e le sue genti meno abbandonate.
Nei giorni precedenti al 4 novembre 1966 il Delta del Po era stato interessato da condizioni metereologiche eccezionali e alla piena del Po si unì un forte vento di scirocco. Una violenta mareggiata interessò l'alto Adriatico facendo cedere a Porto Tolle le arginature di protezione, l'estrema barriera di salvaguardia. Le acque del mare si riversarono nelle valli e poi invasero l'intera isola della Donzella dove sorge Cà Tiepolo, sede del municipio del Comune di Porto Tolle. Di fronte all’ennesima alluvione che aveva disastrato il delta padano, il presidente del consiglio Aldo Moro chiese a Campion da quanti anni fosse sindaco. “Da 16 alluvioni” fu la risposta del sindaco, prima di chiedere al presidente Moro di non abbandonare la popolazione inerme. "Il vostro problema sarà il nostro problema", disse lo statista pugliese e Campion riprese a coordinare soccorsi e opere di mitigazione della sofferenza.